martedì 3 luglio 2007

"Uranio o no, lo Stato riconosca noi vittime"

Ho sempre seguito con attenzione tutti gli sviluppi delle Commissioni parlamentari che si sono avvicendate in questi anni e con trepidante attesa mi sono sempre aspettato una presa di coscienza del problema da parte delle istituzioni.

Concordo(in parte)con chi sostiene che non si può scientificamente provare un nesso tra uranio impoverito e i problemi dei quali stiamo discutendo. Ma facciamo finta, per un attimo, che l’uranio impoverito non abbia nessuna colpa, che gli Stati Maggiori che ci hanno mandato laggiù davvero non hanno tralasciato nulla e che abbiano agito nel migliore dei modi, che tutti insomma abbiano fatto il loro dovere.

Cosa resta? Resta un numero di ragazzi morti o ammalati (con una percentuale sproporzionatamente più elevata dei loro coetanei), ragazzi che in comune tra loro non hanno nulla se non le stesse malattie e il fatto di aver prestato il loro servizio allo Stato, oltre i confini dello Stato stesso.

A mio modesto parere, le Commissioni parlamentari dovrebbero si ricercare la causa di questa “epidemia” ed eventualmente perseguire i responsabili, ma prima di tutto dovrebbero riconoscere incontrovertibilmente che qualcosa a questi ragazzi qualcosa è successo, riconoscere che, al di la dell’uranio impoverito, queste persone continuano ad ammalarsi e a morire. E’ questo che bisogna fare subito, ridare dignità a queste persone, perché ogni giorno che passa potrebbe essere troppo tardi per qualcuno.

Indipendentemente dall’assassino, bisogna riconoscere che la vittima c’è. Quando un soldato muore sul campo non ci si chiede chi l’ha ucciso, è morto. Questo dovrebbe bastare ad uno Stato serio, ad uno Stato degno di questo nome a rendere a quel soldato il giusto merito, gli onori e la dignità che gli competono, altrimenti quel soldato è stato ucciso due volte, una volta dal nemico e un’altra dai colori di quella bandiera che porta cucita sul braccio e che tanto fieramente difendeva.

Chi scrive fa parte di questi ragazzi che ogni giorno si ammalano. Ho servito lo Stato e la Forza Armata per 20 anni, facendo il mio dovere, credendo in ciò che facevo e sacrificando la mia famiglia. Mi sono ammalato un mese fa e quello Stato che tanto orgogliosamente ho rappresentato, oggi è in grado di dire solo: mi dispiace, non c’è nessun nesso con l’uranio impoverito!

Arrivederci e grazie.

Mi sento davvero come un limone spremuto, buttato via e calpestato.

Alessandro De Caroli