L'uomo combatte contro la "Malattia di Basedow", una forma di ipertiroidismo, diagnosticata in seguito a tre missioni in Bosnia e Kosovo, dal 1999 al 2001. In questi teatri, l'uomo che è di Scisciano, in provincia di Napoli, ha operato in qualità di collaudatore di mezzi corazzati ed è ora in attesa del riconoscimento della causa di servizio per la malattia contratta.
sabato 24 maggio 2008
Nuovo caso di possibile contaminazione a Napoli
L'uomo combatte contro la "Malattia di Basedow", una forma di ipertiroidismo, diagnosticata in seguito a tre missioni in Bosnia e Kosovo, dal 1999 al 2001. In questi teatri, l'uomo che è di Scisciano, in provincia di Napoli, ha operato in qualità di collaudatore di mezzi corazzati ed è ora in attesa del riconoscimento della causa di servizio per la malattia contratta.
venerdì 16 maggio 2008
URANIO: 200.000 EURO DI SPECIALE ELARGIZIONE AI PARENTI DELLE VITTIME
Finalmente dopo anni di proteste un implicito riconoscimento per la mancata protezione dei nostri militari che per lunghi anni hanno sono stati impiegati all’estero e in Italia senza misure di protezione. La speciale elargizione è stata concepita già nel 1977 (Proposta di Legge 11 febbraio 77) allora fissata in 50 milioni di vecchie lire (attualmente 25.000) e in seguito sancita con la Legge 308/81. Ma mai adeguata in relazione al deprezzamento della moneta.
Solo nel caso delle vittime di Nassiriya colpite dalla esplosione di una autobomba, la speciale elargizione è stata portata con una speciale “leggina” a 200.000 euro. Ora finalmente la speciale elargizione viene portata per tutte le vittime del dovere a 200.000 euro, ad esempio nei casi della morte di Valery Melis e Fabio Porru, in Sardegna, era stato applicato, anziché la Legge 308/81, il Decreto Presidenziale 243/2007 per cui ai genitori di detti militari era stata concessa una pensione di 258 euro al mese (che aveva destato un forte risentimento).
Ora si tratta di conoscere gli elenchi delle vittime. Su tali elenchi regna però la massima incertezza. L’Anavafaf in un elenco di vittime, a partire dalla guerra del Golfo del 91, poi della Somalia, poi della Bosnia/Kossovo, dei poligoni e depositi, ha enumerato 50 casi di decesso e ha reso noti i nomi su Internet. Ma la cifra è certamente inferiore alla realtà. Recentemente il Ministro della Difesa ha parlato di 77 casi di morte ma secondo altre fonti sarebbero all’incirca 150, mentre il numero dei malati oscilla tra alcune centinaia e circa 2000.
Da tener presente però che la speciale elargizione prevista dalla Legge 308/81 deve valere per tutte le vittime del dovere, vuoi coloro che hann subito una contaminazione da uranio impoverito vuoi coloro che sono stati colpiti da un’autobomba, vuoi coloro che hanno subito uno scontro a fuoco con la criminalità vuoi coloro che sono stati vittime di un ribaltamento di un mezzo blindato o di un carro armato. Guai se introduciamo singole categorie più o meno privilegiate e vittime del dovere di serie A, B, C, o Z.
FORSE AL PM DI BARI NON E’ STATO DETTO TUTTO
Che non si possa provare per i tumori il nesso di CERTEZZA tra uranio e tumori, è cosa risaputa da sempre, ma è altrettanto noto, almeno da quando sono morti entrambi i coniugi Curie, che non si può escludere il nesso tra uranio e tumori. E se non lo si può escludere deve essere applicato il principio di precauzione.
Circa i pericoli dell’uranio impoverito e le norme da adottare, anche nel maneggio a freddo (come è stato il caso delle bombe gettate in Adriatico), ce lo ha comunicato la NATO fin dal 1984. Che il pericolo ci sia ce lo hanno confermato, subito dopo la Guerra del Golfo, i casi di tumore e malformazione alla nascita verificatisi tra i reduci USA della Guerra del Golfo, Ce lo ha ricordato anche un filmato del 1995 girato dal regista D’Onofrio tra i reduci degli Stati Uniti, un film presentato anche alla Mostra di Venezia e quindi ben noto.
Il fatto che la prima “direttiva tecnico-operativa” del Ministero risalga al 1999 non può certo costituire una giustificazione per la ritardata emanazione di norme, è anzi un fatto assai grave in quanto questa direttiva viene sei anni dopo da quando, icto oculi, il nostro personale in Somalia ha visto i militari USA, con cui cooperavano (dalla data del 14 ottobre 1993), operare con tuta, guanti, maschere, anche con 40°C all’ombra, mentre i nostri operavano in calzoncini corti e canottiera.
E’ sperabile che il PM abbia indagato sul perchè queste disposizioni siano state emanate con sei anni di ritardo rispetto a quanto avevano fatto gli USA. Ma anche con ritardo rispetto alle stesse norme emanate dalla KFOR, la Forza Multilaterale nei Balcani il 22 novembre 1999.
Infatti la KFOR il 22 novembre 1999 aveva emanato le norme di protezione a firma del Col. Osvaldo Bizzari. Nelle norme si precisava che l’uranio può produrre tumori e malformazioni alla nascita. Assai preoccupante il fatto che i comandanti in Somalia non abbiano ricevuto spiegazioni dal Comando USA e così non abbiano saputo nulla neppure i Servizi di Informazione massicciamente impiegati in Somalia. Tra l’altro, dei Servizi di Informazione fanno parte i SIOS (Servizio Informazioni, Operazioni e Situazioni) di Forza Armata, che hanno come compito prioritario quello di raccogliere informazioni sulle armi impiegate.
A parte la normativa del 1984, era in vigore la normativa italiana per la radioprotezione del 1995, la legge 230 di cui occorreva tenere il debito conto. Inoltre esisteva la normativa NATO del 1996 per le basse radiazioni (e quelle dell’uranio sono, appunto, basse radiazioni!). Inoltre, nel 1995 si era tenuta a Bagnoli (Napoli) presso il Comando del Sud Mediterraneo, una conferenza riportata da tutta la stampa italiana, in cui venivano illustrati i bombardamenti effettuati nei Balcani con aerei A10 capaci di impiegare proiettili all’uranio impoverito. E’ semplicemente incomprensibile, quindi, come solo nel 1999 possano essere state emanate direttive in merito all’uranio impoverito.
Sul fatto che si doveva applicare il principio di precauzione, si è espressa, in modo inequivocabile, la Commissione di Inchiesta sull’uranio impoverito del Senato, a firma della Sen. Lidia Menapace, nella relazione finale della Commissione stessa (reperibile su Internet).
Una grave inesattezza sembra, inoltre, almeno dagli atti che si conoscono, sia stata comunicata al PM con l’affermazione he i nostri Reparti NBC hanno effettuato ogni sorta di verifica in Bosnia e Kossovo sulla presenza di uranio impoverito e con la partecipazione del CISAM, impiegando tra l’altro, sofisticatissime metodiche di laboratorio e concludendo che non vi erano rischi.
Peccato che, probabilmente, non hanno tenuto conto di quanto ha riferito il rappresentante stesso del CISAM, Dott. Di Benedetti, nella sua audizione presso la Commissione di Inchiesta del Senato (reperibile su Internet). Infatti, il Dott. Di Benedetti, si è scusato con la Commissione per il fatto che per vari motivi interni, non fu rilevata la presenza di armi all’uranio impoverito nei Balcani e ciò nonostante che fossero stati, in quell’area, lanciati oltre 40.000 proiettili (10.000 in Bosnia e 30.000 in Kossovo) secondo la NATO (ma forse anche molti di più nella realtà) e non prendendo in considerazione i missili da crociera che contengono barre da uranio impoverito da 300 Kg. (i proiettili contengono solo qualche decina di grammi di uranio impoverito). Il Dott. Di Benedetti precisò che, purtroppo, lo strumento di misura utilizzato, RA141-B, poteva esplorare fasce praticamente inesistenti (di larghezza 10 cm).Questa fu certamente una delle ragioni per cui la Difesa ritenne, erratamente, che i nostri militari non correvano alcun rischio da uranio impoverito nei Balcani.
Così è accaduto, come hanno raccontato vari reduci, che, mentre i militari USA nei Balcani lavavano ogni sera le tute, i nostri semplicemente “le spazzolavano” risollevando così la polvere di uranio che vi si era depositata. La risposta alle domande fatte dai nostri militari è stata, in genere, del tipo “gli americani lo fanno perchè sono ‘fanatici’”.
Si afferma nella documentazione di cui si è a conoscenza, inviata al PM, che gli Stati Uniti nel maggio 1999 hanno fatto sapere di aver fatto uso di armi all’uranio impoverito. Tutto ciò a prescindere dal fatto che già nel 1993, evidentemente (icto oculi) avevano adottato le misure di protezione. Comunque dal maggio 1999 al dicembre 1999 sono passati oltre sette mesi. E per dotare i nostri reparti delle misure di protezione (guanti, maschere, tute, ecc.) credo sarebbero bastate poche settimane. Infatti, anche nella deprecata ipotesi che l’Italia non sia in grado di disporre sul mercato guanti, maschere e tute, bastava chiederle agli Stati Uniti che, sicuramente, ne hanno dotazioni rilevantissime nei grandi depositi in Italia, come ad esempio, Camp Darby presso Livorno. E probabilmente sarebbe bastato inviare alcuni camion a Livorno per avere, nel giro di qualche giorno, in Bosnia e Kossovo il materiale. C’è quindi da augurarsi che siano stati fatti accertamenti sul perchè sono occorsi oltre sette mesi.
Riassumendo alcune questioni di fondo, possiamo notare che:
1) la pericolosità dell’uranio impoverito, anche per quanto riguarda il maneggio a freddo delle armi (cioè armi non esplose, in quanto non hanno urtato contro una superficie rigida, così come le bombe cadute in Atlantico) era già nota dal 1984 nelle norme inviate all’Italia dalla NATO. Peraltro, una vastissima letteratura sulla pericolosità dell’uranio impoverito è già esistita almeno dai primi anni ’90. Va tenuto presente, in merito, che i primi esperimenti sulla pericolosità dell’uranio impoverito, furono fatti in Australia addirittura negli anni ’50;
2) la stessa Commissione Mandelli nella sua III e ultima relazione, ha messo in risalto i pericoli specie per i linfomi di Hodgkin e il Prof. Mandelli, in un articolo sulla rivista ‘Epidemiologia e Prevenzione’ del 2001, ha chiaramente affermato che non si poteva escludere che l’uranio impoverito ne fosse stato causa di tali linfomi;
3) sono state fornite false e superficiali risposte a militari italiani che hanno chiesto spiegazioni anche dopo la emanazione delle norme del novembre (KFOR) e del dicembre 1999, circa il fatto che non venivano adottate norme di protezione;
4) i pericoli dell’uranio riguardano, non solo zone colpite all’estero, dove hanno operato i nostri militari (ma non dimentichiamolo, vi hanno operato anche i civili, molti dei quali si sono ammalati), ma anche zone in Italia come ad esempio i depositi di materiali dove si è accumulato, appunto, materiale tornato dall’estero e non decontaminato, come invece prevedevano le norme USA del 1984 (si tratta di vestiario, automezzi, mezzi blindati, etc.);
5) non si sa se siano stati fatti eseguire accertamenti circa questo materiale che si è venuto a trovare nei depositi italiani;
6) quanto al fatto che si manifestino dubbi sulla pericolosità dell’uranio, questa pericolosità è stata assolutamente confermata (purtroppo molto tardivamente), ad esempio, dalle norme stesse emanate dallo Stato Maggiore (e in particolare dalle disposizioni emanate dall’allora Sottocapo di Stato Maggiore Gen. Ottogalli). Secondo queste disposizioni occorreva, addirittura, conservare proiettili che erano stati reperiti sul campo in appositi armadi metallici di sicurezza dai quali, comunque, era opportuno rimanere a debita distanza.
Vi sono dunque gravi responsabilità nel non aver tempestivamente informato il personale dei pericoli (almeno dal 1993, da quando cioè abbiamo collaborato con gli USA in Somalia), e non aver tempestivamente e rigorosamente applicato le misure di protezione.
Non sembra che vi possano essere prescrizioni in merito a queste responsabilità.
Falco Accame
Presidente ANAVAFAF
martedì 13 maggio 2008
URANIO: ACCAME, ANCHE NORME RIFERITE DA PM BARI NON FURONO APPLICATE
“Anche le stesse norme cui fa riferimento il Pm di Bari Ciro Angelillis furono inapplicate in molti casi". Lo afferma Falco Accame, ex Presidente della Commissione Difesa e presidente dell’Anavafaf, un’associazione di tutela delle vittime per presunta contaminazione da uranio impoverito, commentando gli sviluppi dell’inchiesta della Procura di Bari.
“Del resto l’ ultima Relazione Mandelli – secondo Accame - indicava la necessità di verifiche e lo stesso Mandelli scrisse sulla rivista “Epidemilogia e prevenzione” che non si poteva escludere che i linfomi di Hodgkin fossero stati causati dall’uranio e quando non si può escludere un pericolo occorre adottare le norme di protezione”.
“Il principio di precauzione - secondo l’ex parlamentare - andava adottato già in Somalia nel 1993, dove nostri reparti hanno operato fianco a fianco ai reparti USA che dal 14 ottobre 1993 avevano adottato le misure di protezione (tute, guanti, maschere) anche a 40 gradi all’ombra mentre i “nostri ragazzi” operavano in calzoncini corti e canottiere.
“E’ quindi impossibile - continua - che i nostri comandi non sapessero che vi erano rischi. Del resto già nel 1984 l’Italia era stata informata dalla Nato dei rischi dell’uranio impoverito. La Nato emanò misure di protezione per basse radiazioni (come quelle dell’uranio) dal 1996, in Italia esiste dal 1995 la legge per la radio-protezione”.
“Ma non basta, Accame ricorda che “molti reduci italiani hanno affermato che neppure dopo l’emanazione delle norme di protezione da parte della Kfor nei Balcani, il 22 novembre 1999, dove si evidenziavano i pericoli di tumori e malformazioni alla nascita, queste norme sono state messe in atto”.
“Su questo - insiste Accame -vi sono dichiarazioni inviate anche alla commissione di inchiesta sull’uranio. A parte tutto questo dal maggio 1999 (data di una comunicazione ufficiale degli Usa) al dicembre 1999 sono passati sette mesi e per dotare i nostri reparti allora operanti nei Balcani sarebbero bastate un paio di settimane essendo tutti materiali disponibili nei depositi Usa”.