martedì 29 maggio 2007

Uranio: due perizie dimostrano l'"elevata probabilità causale" con il tumore

Una sentenza emessa dalla Corte d'Appello di Perugia nelle scorse settimane, ha riconosciuto il vitalizio dall'Inail ai familiari di F.B., un autotrasportatore di barre di uranio deceduto nel 1995 a 57 anni, in seguito ad un tumore al polmone. Due perizie hanno infatti dimostrato “l'elevata probabilità causale” tra la patologia (carcinoma a piccole cellule) e il lavoro svolto per 10 anni dall'operaio, consistente nel carico, scarico e trasporto della sostanza per conto di una ditta di Bologna. La stessa sentenza è destinata ora a rappresentare un prezioso precedente per tutte le vittime da possibile contaminazione da uranio impoverito, anche se meno radioattivo di quello naturale, utilizzato nei teatri di guerra.

“Abbiamo proposto un’azione giudiziaria dinanzi al Tribunale di Terni nel ’96 - ha spiegato il legale Paolo Crescimbeni del Foro di Terni - in quanto l’Inail aveva rigettato la domanda, proposta ancora in vita dal cliente, nel 1994. A seguito del decesso, la vedova ed i due figli richiedevano giudizialmente, nei confronti dell’Inail, che venisse accertata la natura professionale della patologia e, per conseguenza, costituita, in loro favore, una rendita vitalizia. All’esito di due gradi di giudizio, disposte ben tre perizie medico legali, la prima negativa, la seconda e la terza positive, supportate da altre commissioni tecniche di parte, la Corte di Appello di Perugia ha riconosciuto il beneficio”.

Delle due perizie positive, quella di primo grado ha così concluso: “si può concludere che il signor F. B. è deceduto per microcitoma polmonare, correlato, con forte probabilità, ad esposizione certa e protratta a radiazioni ionizzanti, avvenuta durante lo svolgimento della sua attività lavorativa”. Mentre quella di secondo grado concludeva dicendo che “il ctu ritiene, tenuto conto della complessità della materia, che non consente allo stato delle attuali conoscenze giudizi di certezza, che il nesso causale tra la patologia denunciata e le lavorazioni svolte da F. B., dante causa degli odierni appellati, sia connotato da maggiore probabilità rispetto alla ipotesi contraria”.

Per il legale “questo precedente può ben essere utilizzato in favore di quanti siano stati esposti all’azione nociva dell’uranio e che abbiano, per conseguenza, contratto malattie. Certo, ogni caso è clinicamente diverso, ma dalle consulenze disposte è possibile evincere l' elevata probabilità, se non addirittura la certezza, che l’uranio induce l’insorgenza di patologie neoplastiche”.

Anche l'avvocato Bruno Ciarmoli, del Foro di Bari, che segue casi di possibile contaminazione da uranio impoverito concorda con il collega. “I numerosi precedenti - afferma Ciarmoli - dimostrano la sussistenza di un filo logico e causale che collega l'attività svolta dai militari in servizio all'estero con l'insorgenza di patologie tumorali che, inevitabilmente dovrà portare il ministero della Difesa al riconoscimento del danno biologico morale ed esistenziale in favore degli stessi e dei civili danneggiati, incluse le famiglie dei bambini nati con gravi deformazioni.”

“La sentenza – ha commentato l'ex presidente della Commissione Difesa Falco Accame – sarà sicuramente utile alla commissione di inchiesta del Senato, perché dimostra, contrariamente a quanto già esposto in quella sede, che i rischi legati all'uranio sono dovuti anche al maneggio a freddo della sostanza quindi in una situazione statica e non solo cinetica di impatto del materiale su una superficie resistente con lo sviluppo di una temperatura di 3000 gradi e con fantomatici fenomeni di sublimazione e sparizione nel nulla dell'uranio. Si vede che basta il fenomeno di ossidazione del metallo a far si che particelle radioattive possano penetrare nell'organismo umano in assenza di adeguate protezioni”.

Per Accame “le perizie in questione spazzano via anche l'ipotesi che le cause delle patologie siano da attribuirsi ai vaccini oppure a “pittoreschi cocktail” di polveri belliche o addirittura siano da addebitare allo Stress, sigla che potrebbe essere tradotta in scaricamento totale responsabilità sul servizio”.

“Comunque – conclude Accame - anche in una lettura minimale della vicenda non si può escludere che non vi siano dei rischi in tutte quelle situazioni in cui i nostri militari si sono trovati ad operare in zone con una presenza massiccia di obiettivi colpiti o di residui di armi.”

MENAPACE: SENTENZA UTILE ALLA COMMISSIONE DI INCHIESTA

Per Lidia Menapace, presidente della commsiione parlamentare di inchiesta, “questa sentenza comincia a dare degli elementi per poter indagare sulle probabilità di presenza di uranio nelle patologie dichiarate e cominciare a chiedersi se sia stato adottato, praticato e controllato il principio di precauzione rispetto alla salute dei nostri militari e delle popolazioni civili”.

Francesco PALESE